SINGULARITY UNIVERSITY ARRIVO!

GSP13 – WEEK #7

We are LIFESTOCK , di Alessandro Innocenti – 7 agosto 2013

La seconda parte della settimana numero 7 è terminata in un attimo ed è stata super-intensa: credo di aver dormito 25 ore in 7 giorni.
Come anticipato, entrerò nel dettaglio del progetto su cui sto lavorando insieme al mio team LIFESTOCK.
Il nostro obiettivo è coltivare carne in vitro, cresciuta all’esterno dell’animale.
Rispetto al tradizionale metodo di produzione, la carne in vitro ha degli enormi vantaggi, che descrivo nel nostro manifesto.

Nessuna macellazione, nessuna sofferenza
La macellazione è uno step obbligato di qualsiasi processo di produzione carni tradizionale.
Nonostante alcuni produttori cerchino di applicare standard di allevamento più umani, la maggior parte dei capi di bestiame subiscono una enorme sofferenza che ovviamente termina con l’uccisione dell’animale.
La produzione di carne in vitro elimina la sofferenza: non viene allevato nessun capo da macello e quindi non avviene nessuna macellazione, perché produce carne reale cresciuta all’esterno dell’animale stesso.
Il nostro processo è una sineddoche del rapporto simbiotico tra animali da produzione alimentare ed esseri umani.

Meglio per l’ambiente
I tradizionali metodi di produzione di carne utilizzano un’immensa quantità di risorse.
Basta pensare che per produrre un hamburger da un etto e mezzo sono necessari 75 metri quadri di terreno, 50 litri d’acqua, 3 Kg di mangime, energia elettrica sufficiente a fare funzionare 7 ipad per una settimana, e vengono emessi nell’ambiente l’equivalente di 13 Kg di CO2.
Attualmente la produzione di carne è una delle attività a più elevato consumo di risorse, con allevamenti che occupano più di un terzo di tutte le terre disponibili sul pianeta, e contribuiscono fino al 18% della totale emissione di gas serra.
Coltivare carne in vitro porterà a una drastica riduzione delle risorse necessarie a coprire la richiesta proteica globale, in maniera sostenibile ed efficiente.

Salutare e gustosa
Per prevenire l’insorgere di malattie e focolai, in allevamenti in cui gli animali sono stipati, vengono normalmente utilizzati grandi quantità di antibiotici: nonostante ciò, rimane preoccupazione costante il possibile trasferimento di malattie dagli animali e dalla loro carne ai consumatori finali, spendendo ogni anno miliardi di dollari per mitigarne gli effetti (esempio l’epidemia di encefalopatia spongiforme bovina, conosciuta meglio come mucca pazza).
Le tecniche di produzione di carne in vitro risolvono questi problemi alla radice attraverso il pieno controllo del processo di produzione.
Non solo: la carne così coltivata è sana, ricca, ed ha un sapore migliore.

Più economica
In definitiva, la continua raffinazione del processo di coltivazione di carne in vitro porterà al crollo del suo stesso costo, fino a scendere al di sotto di quello della carne prodotta in maniera convenzionale.
Coltivare carne è un processo economico semplice, con possibilità di produzione in loco e su richiesta, che riduce i costi e le necessità di trasporto creando una nuova interessante opzione per nutrire la popolazione mondiale in continua crescita.

Stiamo lavorando duramente, 20 ore al giorno, per entrare in contatto con tutte le realtà che possano supportare la nostra causa: abbiamo un densissimo network internazionale ed intercontinentale in continua espansione.
Il prossimo weekend avremo una presentazione interna, e il 24 agosto la presentazione ufficiale al grande pubblico!

 

 

GSP13 – WEEK #6

“Una nuova avventura”, di Alessandro Innocenti – 31 luglio 2013

La sesta settimana è stata molto breve (solo 4 giorni “lavorativi”, dal martedì al venerdì), piena di emozioni, e con ottime novità!
Martedì ho cercato all’interno del GSP13 i “disoccupati”, coloro che non avessero un team, che l’avessero lasciato, o che fossero in procinto di farlo: è stata una giornata di grande creatività, in cui le idee guizzavano fuori una dopo l’altra, vulcaniche!
Ho dedicato tutto mercoledì, invece, a incontri con i vari team che stessero lavorando su concept che ritenevo particolarmente innovativi e rivoluzionari, soprattutto in cui le mie aree di expertise potessero apportare un contributo solido e significativo.

Questi due giorni mi sono stati terribilmente utili, per capire davvero cosa volessi fare in questo GSP.
E la risposta non si è fatta attendere a lungo: mercoledì sera, infatti, ho affrontato una sorta di “colloquio di lavoro” con il team che più mi intrigava in assoluto, la mia primissima scelta.
Perché un colloquio?
Perché il team era già composto da 5 persone (il GSP ammette gruppi di 6 individui al massimo), e fare entrare un nuovo membro all’interno della squadra avrebbe chiuso le porte a qualsiasi altra persona.
Un’ora di scambi di opinioni, visioni, necessità e possibilità, che altro non ha fatto se non chiarirmi quanto fossi interessato al progetto, e alla fine…

Benvenuto nel team LIFESTOCK, Ale!

Ecco una carrellata veloce sui miei nuovi compagni di viaggio:

Adam Little – Canada – background accademico veterinario, ha lavorato con numerose organizzazioni per promuovere le relazioni tra salute umana e animale, inoltre Adam è un comunicatore eccezionale.

Mike Klodnicki – Americano – laureato in biologia molecolare e biochimica, Mike è uno scienziato incredibilmente dotato, una fornace di idee.

Maxim Alekhin – Russia – ingegnere biomedico, sta perseguendo un PHD in System Analysis ed è vincitore della GIC russa; Maxim è un pozzo di sapere misto a creatività.

Sony Mordechai – Grecia – laureato in Finanza Internazionale, è un imprenditore di grande successo, CEO del gruppo di investimento Global Eye Investments; Sony è una persona estremamente acuta, dotato di una straordinaria empatia.

Zezan Tam – Australia – specializzato in business management e strategia, esperto in business development, con una forte esperienza acquisita facendo parte dell’organico del Boston Consulting Group; Zezan è uno stratega eccezionale, un pianificatore attento che non lascia aree d’ombra in nessuna area progettuale, dando il giusto peso a tutte le possibili variabili in gioco.

Nel prossimo post entrerò nei dettagli del nostro progetto, ecco una piccola anticipazione: LIFESTOCK will disrupt the meat market.

 

 

 

GSP13 – WEEK #5  – parte II

“La prova del nove”, di Alessandro Innocenti – 24 luglio 2013

Settimana numero cinque, probabilmente la più lunga e impegnativa finora affrontata nel GSP13, appena terminata.
Protagonista indiscusso degli ultimi giorni: lo Startup Weekend.
Pitching, brainstorming, pitching, organizing, pitching, concepting, pitching, pitching, pitching: questi gli ingredienti di un fine settimane da fare rizzare i capelli in testa.

No pressure, no diamonds: in 48 ore partire da “ispirazione” per andare a “concept” e finire in “pitch”: 4 minuti per presentare concept, business model, customer selection e scalabilità del proprio progetto.
A coadiuvare la riuscita di questo evento interno, alcuni advisor d’eccezione: Beth SusanneJoey AquinoLloyed Lobo.
La presentazione finale ha visto il GSP13 presentare 17 diversi progetti provenienti da altrettanti team, valutati da 3 giudici d’eccezione: Alan Chiu (XSeed Capital), Madison Hamman (BlueSky Network.org) e Naveen Jain (Inome).

I team vincitori di questo contest sono stati:
Datafly – usare droni per monitorare condizioni di piante e foglie in agricoltura di vasta scala: lo scopo è quello di riconoscere, combattere e prevenire la diffusione di malattie e parassiti che possano distruggere i vari raccolti;
Women on Board – progetto per favorire la parità sessuale, con particolare attenzione al mondo dell’imprenditoria.

Sono state giornate davvero di fuoco, che ci hanno impegnati e stressati fino al limite.
Lo scopo di questa pressione era testare le squadre e le persone per vedere le reazioni dei membri sotto sforzo, capire se i meccanismi sarebbero funzionati anche in momenti frenetici.
Ed è stato un esercizio di immensa utilità: ho lasciato il mio team.
Sono grandi amici e persone splendide, ma non siamo fatti per lavorare assieme.
Ora si riparte da zero: colloqui con tutti i gruppi per cercare punti in comune, e meeting con tutti quei componenti che, per qualche motivo, non si trovano a proprio agio in una particolare squadra, per entrare in un team esistente, o crearne uno nuovo.

 

 

 

GSP13 – WEEK #5  – parte I

“Si riparte”, di Alessandro Innocenti – 19 luglio 2013

La settimana numero cinque del programma è dedicata in larghissima parte alla ricerca e sviluppo delle tematiche progettuali di squadra: scopo principale, delineare progetti e team-vision da condividere allo Startup Weekend SU che avrà luogo nel fine settimana.

Vi presento il mio team:
– Victor Oh, americano, originario Korea del nord, ha studiato ingegneria chimica alla John Hopkins University, dove sta per completare un master in ingegneria biomolecolare;
– Mehmet Topal, dalla Turchia, ingegnere gestionale, businessman ed investitore seriale con tre generazioni di imprenditori di successo alle spalle;
Edward Jiwoo Chung, americano, originario della corea del Sud, business strategist e investitore.

Siamo una squadra interessante: il mio ruolo di designer industriale è fin troppo creativo, e fortunatamente gli altri tre elementi, un po’ più squadrati, cercano di riportare i piedi per terra.
Oggi è stato il primo giorno di teamwork reale, ci è stato assegnato un ufficio momentaneo in cui poterci riunire.
Abbiamo creato una sorta di “manifesto” che riassume la nostra vision, delineando i nostri interessi comuni, e a breve produrremo alcuni problem statement che ci appassionino per dare il via a brainstorm e consigli dai numerosi advisors ed esperti che in questi giorni sono ospiti qui a SU.

Team affiatato, passione non manca, voglia da vendere: si comincia a fare sul serio!

 

 

 

GSP13 – WEEK #4 – Teambuilding

“If you want to go fast, go alone.  If you want to go far, go together”, di Alessandro Innocenti – 16 luglio 2013

La settimana numero 4 vede come protagonista principale il gioco di squadra.
Un team affiatato e multidisciplinare, infatti, è “condizione necessaria ma non sufficiente” per lo sviluppo di progetti vincenti.
Nel caso del Graduate Studies Program un progetto vincente purtroppo non basta: il nostro scopo è impattare, cambiare, migliorare la vita di almeno un miliardo di persone nei prossimi 10 anni.
Il teambuilding è stato leitmotiv costante di ogni settimana passata al GSP, supportato da numerose attività collaterali come unconferences (vedi post week#1) e discussioni peer-to-peer.
Le discussioni peer-to-peer sono momenti in cui la classe intera si divide in una dozzina di gruppi che si incontrano due a due in una sorta di speed-dating di qualche minuto.  Si parla del proprio background e dei propri interessi, per facilitare lo scambio e cercare punti comuni.
Non si riesce a comprendere l’effettiva utilità di questo “esercizio” fintanto che non lo si prova: è uno strumento essenziale, che aiuta a rompere il ghiaccio con chiunque, in qualunque situazione.

SU offre ai suoi studenti anche la possibilità di partecipare ad alcune attività a numero chiuso.
Come vengono scelti i “fortunati”? Tramite un sistema di offerta, a modi asta!
E’ magnifico: all’inizio del programma ti vengono assegnati 1000 punti, e puoi guadagnarne altri attraverso la puntualità costante, i successi in laboratorio ecc. Dalla quarta settimana, per due settimane, vengono organizzate uscite e laboratori particolari come:
– visita a Google
– realizzazione di droni
– laboratori di biotecnologia
– workshop organizzato da “FROG Design
– workshop di big data
– costruzione di robot con LEGO
– estrazione di DNA
– gara di SUMO BOTS

Ogni studente partecipa all’asta dei laboratori del giorno seguente investendo una quantità segreta ed arbitraria dei propri punti,organizzandosi le uscite e le varie attività secondo i propri interessi: sono riuscito ad andare a visitare Google e a seguire lo splendido workshop organizzato dallo studio FROG Design, per la prossima sto puntando al workshop di Big Data e alla costruzione di Sumo Bots al TechShop di San Josè.

La quarta settimana è terminata con lo spostamento di tutta la comunità del GSP nel Parco Nazionale di Yosemite, in California.

Abbiamo lasciato Mountain View alle 8 di sabato mattina, e siamo rientrati nella serata di lunedì.
E’ stata un’esperienza straordinaria, quasi soprannaturale: immersione nella natura assoluta dopo 4 settimane di “clausura” in un centro di ricerca NASA.   Probabilmente le mie parole suonano strane, ma è stato davvero un respiro d’aria fresca, una decompressione desiderata e meritata, molto utile anche per il processo di teambuilding.

A proposito: ora ho un team!
Ve ne parlerò la settimana prossima!

 

 

 

GSP13 – WEEK #3 – Dream & make

“Strumenti, innovazioni e tecnologie”, di Alessandro Innocenti – 7 luglio 2013

Settimana numero 3: si entra nel vivo!
Nanotecnologia, fabbricazione digitale atomica, intelligenza artificiale, robotica, biotecnologia, energia, ambiente, forecasting e creazione di scenari… questa è stata la prima vera e propria “high-density week”.
Ogni giorno più di otto ore di racconti, ispirazioni, curiosità, discussioni… e a seguire laboratori, incontri, prototipi, droni, brainstorming… conseguenza diretta: tre ore di sonno per notte.
Al massimo.
Ma c’è una magia, un fluido, un collante che lega assieme ogni tassello di questo puzzle e permette di tirare avanti, svegliandosi ogni mattina con la forza di rialzarsi, spesso ancora spossati dal giorno prima, per scoprire qualcosa di nuovo: le persone.
Le persone che salgono sulla platea, microfono in mano, e tengono Lectures… e quelle che seguono le lezioni di fianco a te, incuriosite, eccitate, pronte a scattare, a ricominciare.
Ce lo disse David Roberts, direttore del Graduate Studies Program, durante la sua introduzione al corso:
“a SU si crea un variegato gruppo di persone, di specialisti, di futuri leader che possono contare l’una sull’altra, come una grande famiglia… e contemporaneamente viverere tutti insieme le 10 settimane più impegnative della vostra vita; Singularity University è come una bolla, separata dalla realtà: il tempo si fermerà, o scorrerà troppo velocemente, sarete sottoposti a grandissimi carichi di lavoro… ma quando arriverete alla fine, sarà stata probabilmente l’esperienza più gratificante della vostra vita, e sarete profondamente cambiati, davvero pronti ad affrontare ciò che il futuro ci riserva”.

La settimana è iniziata con una visita guidata presso TechShop, a San Josè, e alla Autodesk Gallery di San Francisco.
TechShop è una compagnia con decine di filiali sparse in tutt’America, e in pratica non è altro che un’immenso laboratorio di carpenteria, tecnologia, e innovazione ad accesso pubblico.
Se hai un’idea per un prodotto, una soluzione tecnica, un’invenzione, puoi recarti al più vicino TechShop, discutere la tua idea con dei professionisti e realizzarla utilizzando i numerosi macchinari messi a disposizione dalla struttura.   Mensilmente vengono tenuti corsi di formazione riguardanti diverse aree tecnologiche, in modo da nutrire gli interessi della comunità che orbita attorno ai laboratori, mantenendola attiva e frizzante.
L’Autodesk Gallery, invece, mette in mostra i prodotti ottenuti attraverso l’utilizzo di software Autodesk: dalla progettazione architettonica e civile, al design di prodotti, linee produttive, modellazione 3D e simulazioni fisiche realistiche: il mondo Autodesk, infatti, da più di 20 anni, si pone come assoluto co-protagonista della scena creativa, sia tecnica che artistica, accompagnando i processi di crescita e sviluppo attraverso i propri prodotti.

Un’incontro particolarmente interessante della terza settimana è stato il workshop di Network & Computing dedicato alle Mobile Apps.   La classe intera si è divisa in una decina di gruppi che in circa due ore hanno presentato altrettanti concept di App per smartphone.   In seguito i progetti sono stati valutati dagli studenti stessi, e un paio di concepts sono stati scelti per essere veramente sviluppati in team con programmatori facenti parte della famiglia SU: straordinario!

Da oltre 20 giorni stiamo condividendo la nostra vita, i nostri interessi, il nostro talento con più di 80 persone profondamente dotate ed empatiche: nella prossima settimana cercheremo di conoscerci, capirci e decodificare l’un l’altro ancora più a fondo, per creare team di lavoro che condividano interessi e visioni di problematiche legate alle GGC.

 

 

GSP13 – WEEK #2 – Global Grand Challenge Week

“Come impattare 1 miliardo di persone in 10 anni”, di Alessandro Innocenti – 30 giugno 2013

Seconda settimana terminata: elettrizzante!
Gli ultimi sette giorni sono stati focalizzati, come preannunciato, sulle otto Global Grand Challenges: Salute Globale, Acqua, Energia, Ambiente, Cibo, Educazione, Sicurezza e Povertà.

Ognuna di questi temi racchiude in sé un vastissimo ventaglio di problemi e soggetti progettuali su cui poter fare leva, in particolare attraverso l’uso di tecnologie esponenziali di grande impatto, per migliorare la vita di milioni e milioni di persone nel pianeta.
Per ogni GGC è presente un Advisor, ovvero una persona profondamente impegnata e coinvolta nella tematica, con contatti, conoscenze, e possibilità di sviluppo di progetti relativi alla GGC in questione.

 In questa seconda settimana sono partite anche le attività serali del GSP: afterhour workshops e fireside chats.
Gli afterhour workshops sono dei laboratori autogestiti dagli studenti stessi: brainstorming, condivisione di idee, utilizzo dell’innovation lab per prototipazione e stampa 3D, lezioni autogestite o su richiesta, tenute da studenti o da docenti, approfondimenti.
Questo clima permette una personalizzazione del proprio percorso di crescita, dando la possibilità a ognuno di partecipare a lezioni delle quali sia super-interessato o super-incuriosito: qualche giorno fa c’è stata una lezione di quasi un’ora di approfondimento su cosa fosse il bosone di Higgs, e quali fossero le implicazioni derivanti da questa scoperta scientifica.
Le fireside chats sono invece serate in cui vengono invitati personaggi di enorme successo imprenditoriale, umano, sociale, o che abbiano mosso/stiano muovendo passi di grande importanza nel campo della ricerca.
Questi ospiti prestigiosi raccontano sé stessi e il proprio lavoro, vengono intervistati dagli studenti stessi in un clima informale, rilassato, comodo, drink alla mano e battuta di spirito sempre pronta, in quella che sarebbe una chiacchierata davanti a un camino tra amici.

Venerdì abbiamo speso il pomeriggio per le strade di San Francisco insieme a Keith Ferrazzi.
Keith è il fondatore della Ferrazzi Greenlight, realtà di ricerca e consulting legati alle scienze comportamentali, collaborative e relazionali.
Divisi in gruppi abbiamo visitato diverse realtà a sfondo sociale, gruppi di studio e sostegno, stazioni polizia, centri religiosi e sociali, per toccare con mano la realtà dei quartieri più esterni della grande San Francisco.
E’ stata un’esperienza davvero emozionante, profondamente umana, culminata in una grande riunione di gruppo con cena e discorso tenuto da Keith.
Ci sono persone speciali, persone che riescono a trasmetterti un messaggio senza bisogno di parlare, persone che parlano con gli occhi, che riescono ad emozionare attraverso la loro sola presenza: a SU ogni giorno è un susseguirsi di emozioni, di stimoli, di vibrazioni.

Per finire, è stata organizzata la prima Culture Night dell’anno 2013: North & Central America.
Gli studenti provenienti da USA e Canada hanno organizzato una serata impregnata della loro cultura, dei loro modi di fare, dei loro vestiti della loro musica e del loro cibo. Ogni paio di settimane avrà luogo una Culture Night organizzata da studenti provenienti da una particolare area geografica, in modo da poter condividere, sottolineare ed apprezzare la diversa miscela di costumi che formano un Graduate Studies Program.

La prossima settimana, iniziano le vere e proprie Lectures: ci immergeremo nelle materie e negli argomenti più attuali e scoppiettanti legati al mondo dell’innovazione tecnologica e sociale… stay tuned!

 

 

 

GSP13 – WEEK #1 – Introduction

“Benvenuti a Singularity University”, di Alessandro Innocenti – 23 giugno 2013

Ciao a tutti, la prima settimana è appena terminata.
Lunedì abbiamo incontrato i due Founders della Singularity University, Ray Kurzweil e Peter Diamandis, in un indimenticabile discorso di apertura su sviluppo, tecnologie esponenziali, abbondanza e intelligenza artificiale.
Sembra così strano riuscire a incontrare di persona, parlare, scherzare e confrontarsi con queste persone che fino a qualche settimana fa eravamo abituati a vedere solo su Youtube, inarrivabili.
E invece sono qui, di fronte a me, e sprigionano un’energia indescrivibile che carica chiunque li circondi.

Lunedì, in serata, ha avuto luogo la cerimonia d’apertura del GSP13 presso il Computer History Museum di Mountain View.
L’ultima speaker, Regina Dugan ha tenuto uno dei discorsi più emozionanti a cui abbia mai assistito, con standing ovation e 6 minuti di applausi sulle sue parole di chiusura:

“You all are doer dreamers, and I love doer dreamers. The world has enough doers who aren’t able to dream and dreamers who are afraid to build. You all have chosen to build. Now go out and build some epic shit!”
 

Questo video riassume le tante emozioni della serata

Ad accompagnare il ricevimento, una band jazz-blues che suonava con strumenti realizzati con tecnologia 3D printing.

Per cinque giorni consecutivi si sono susseguite introduzioni e presentazioni di tutti i Faculty members SU.
Ogni settimana parlerò di un paio di loro: a primo impatto sono stato particolarmente colpito da Dan Barry e Marc Goodman.
Dan Barry, tre volte astronauta NASA, ricopre la cattedra di Intelligenza Artificiale e Robotica: emana un’energia incredibile.
Ci ha raccontato dello spazio, della permanenza nella stazione internazionale, della paura durante i decolli e gli atterraggi, delle tredici volte che ha fatto richiesta di diventare astronauta (tutte rigorosamente rifiutato), e della quattordicesima volta che invece si è rivelata “quella buona”: è stato un momento davvero indimenticabile.

Marc Goodman, Stanford, advisor per l’Interpol, è invece il docente di Policy, Law & Ethics.
La sua introduzione è stata fantastica, a metà tra immersione in uno scenario science-fiction come Matrix, Johnny Mnemonic e Minority Report.
Con lui affronteremo tematiche legate ad aspetti etici e legali che l’umanità non si è mai trovata finora ad affrontare, ma con cui dovrà sicuramente “fare i conti” nei prossimi vent’anni, come:
-se un robot comandato da intelligenza artificiale uccide o ferisce un essere umano?
-se un’intelligenza artificiale intraprende azioni considerate illegali?
-chi è responsabile delle azioni di un’intelligenza artificiale?

Non vedo l’ora di poter affrontare ed assorbire il più possibile da queste discussioni.
Si, sono “discussioni”, non “lezioni”.
Questa è infatti una delle differenze principali che ho notato rispetto al sistema di istruzione italiano: la partecipazione attiva della “platea ascoltatrice” fa la differenza, diventa una sorta di collaborazione costruttiva in cui il “lecturer” funge da direttore d’orchestra.

In linea con questa filosofia, tutta la giornata di sabato è stata dedicata a “unconference”, ovvero: lezioni tenute da studenti, della durata di 30 minuti circa, su argomenti liberi che ciascuno si sentisse di affrontare.

Siamo 80 persone, ognuna specializzata in un particolare campo tecnico, scientifico, sociale: la nostra forza è il potere imparare l’uno dall’altro.

La prossima settimana, WEEK#2, sarà dedicata alle Global Grand Challenges: non vedo l’ora!

 

 

 

 

Così ho vinto la Global Competition Italia e la Silicon Valley

di Alessandro Innocenti, tratto da Corriere Innovazione – 26 giugno 2013

Dicono sempre tutti di «crederci», di «non mollare mai», in televisione è «just do it», «believe in yourself», «follow your dreams»… la motivazione certo non manca. Era più di un anno che tenevo «in caldo» la mia tesi di laurea, progetto ALIKA, cercando contatti che potessero portare un pensiero così astratto alla luce: troppo poco concreto per un laboratorio di ricerca, troppo futuristico per una realtà aziendale.

Erano i primi di febbraio, e Axelera aveva appena aperto il contest «Global Impact Competition Italia» offrendo al vincitore una borsa di studio per il Graduate Studies Program alla Singularity University, in Silicon Valley. In qualche settimana preparo una nuova presentazione così «ultra riassunta» da stare in 10 slide, e per pomeriggi interi racconto ininterrottamente alla webcam il mio progetto, così da riuscire a scremarne solo i migliori 5 minuti. Mi candido.

ALIKA è il concept di un materiale ceramico poroso, progettato appositamente per assorbire solamente un particolare tipo di liquido, sia esso denso come olio, petrolio, grasso sciolto o qualsiasi altro;le sue applicazioni possono essere le più svariate: nelle nostre cucine può essere utilizzato sottoforma di «saponette» in ceramica, da mettere in padella insieme agli altri ingredienti (come coadiuvante a diete povere di grassi, o per eliminare unti in eccesso proprio mentre la pietanza viene cotta) più in larga scala, invece, può venire utilizzato per la depurazione e il filtraggio attivo di acque inquinate o compromesse da un liquido esterno (si pensi ai disastri ambientali causati dalle petroliere, o al fatto che un solo cambio d’olio del motore di una vettura può inquinare milioni di litri d’acqua, causando macchie d’olio delle dimensioni di un campo da calcio).

Fino a ieri ho seguito come project manager, dall’Italia, lo sviluppo di un progetto per uno studio di design olandese: trasferisco tecnologie da un campo all’altro, collaborando con realtà aziendali che hanno voglia di scommettere sul rilancio, sull’innovazione, investendo sul futuro, attraverso modifiche complementari della loro catena produttiva, per raccogliere bacini di utenza allargati. In quella giornata di selezione finale, al Talent Garden di Milano, eravamo 6 giovani vulcani di idee in ogni possibile ambito tecnologico e sociale: da metodi raffinati per desalinizzare l’acqua, all’invenzione di software che trasformano chiunque li utilizzi in programmatori, passando per bioplastiche derivate dalle acque di scarto della lavorazione di olio d’oliva. Poi, una sera, quella chiamata: «Ciao Alessandro, sono Francesco Mosconi… ma tu ci andresti alla Singularity University se ti dicessi che sei il vincitore della Global Impact Competition?».

Sbianco. Tremo. Deglutisco, le parole escono da sole: «Francesco… se cancellassero tutti i voli per l’America ci andrei a nuoto». E quel giorno, il giorno di partire, è arrivato. Domani mattina l’aereo, prestissimo, fino a Londra, poi Los Angeles, infine San Francisco In questo momento sto finendo di impacchettare le ultime cose e stampare i documenti necessari: nella valigia c’è finita pure la racchetta da tennis, perché si, alla Singuarity University, sono in programma non solo esercizi per la mente, ma anche per il corpo. Dentro di me c’è uno strano mix di impazienza, adrenalina, voglia di fare, di imparare, di mettermi in gioco, di dare e ricevere, sono una specie di molotov creativa alla quale stanno per dare fuoco: ne vedremo delle belle! A detta di tutti gli Alumni degli anni passati il Graduate Studies Program è impossibile da descrivere a parole: bisogna viverlo!Ma questo video riesce almeno a fare sentire il profumo dell’aria che si respira alla Singularity University: video

La prossima volta che scriverò, sarà dalla Silicon Valley! A presto!